Psicoterapia e danno cerebrale – Come  la psicoterapia possa aiutare il paziente con lesione cerebrale

Psicoterapia e danno cerebrale – Come  la psicoterapia possa aiutare il paziente con lesione cerebrale

Psicoterapia – ”Per molti anni la psicoterapia, associata all’ambito neuroriabilitativo, è stata considerata un trattamento poco indicato per pazienti con danno cerebrale, a causa delle loro scarse abilità metacognitive, dei difetti mnestici e attentivi, e della difficoltà di regolazione emotiva dei pazienti cerebrolesi.

Tuttavia, nello corso degli anni si è indagato come un percorso psicoterapico possa migliorare la vita dei pazienti e dei familiari, aumentando il senso di autoefficacia e auto-accettazione” Anna Cantagallo racconta.

Ma prima di tutto quali sono i tratti di cui uno psicoterapeuta deve essere dotato quando prende in carico  questo tipo di pazienti?

“E’ fondamentale che possieda una forte empatia, seguita da gentilezza e capacità di supporto.

Inoltre deve sempre mostrarsi ottimista, in modo da essere da esempio per i familiari e il paziente, che hanno bisogno di potersi attaccare ad una speranza futura.

Anche ottime capacità esecutive ed organizzative non nuocciono, in modo da condurre il trattamento nel miglior modo possibile”.

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Ma come ci si comporta ad esempio con un paziente afasico globale?

“Nel caso di afasia globale- spiega Anna Cantagallo- ovviamente è difficile poter beneficiare di un trattamento come la psicoterapia.

Tuttavia in soggetti in cui la comprensione è pressoché conservata e la produzione è danneggiata, si possono trovare metodi diversi di comunicazione, di tipo non verbale, come il gesto o l’indicazione.

Quindi ad esempio si può chiedere al paziente di muovere la testa, per mostrare di aver capito, o di indicare fra due concetti in alternativa”.

E nel caso in cui il soggetto abbia subito dei cambiamenti comportamentali evidenti dopo l’evento?

“Molto spesso in seguito a danni cerebrali acquisiti si osservano cambiamenti comportamentali caratterizzati da apatia, rabbia, irritabilità, impulsività, ritiro sociale, che per i familiari risultano più difficili da gestire rispetto alle limitazioni fisiche.

In questo caso la psicoterapia può essere molto utile per imparare ad avere un maggiore controllo del numero e dell’intensità degli episodi disfunzionali, e quindi una migliore gestione dei propri stati emotivi, pensieri e comportamenti.

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Quando invece risulta molto difficile usare un tipo di trattamento come la psicoterapia?

“Certamente gli effetti sono minori quando c’è scarsa motivazione, perché prima di tutto deve esserci la volontà del paziente ad accettare le proprie difficoltà, a volersi arricchire ed avere degli obiettivi.

Inoltre il secondo ostacolo al trattamento è l’anosognosia (assenza di consapevolezza della malattia e delle conseguenze disabilitanti), in quanto è importante che si parta dalla consapevolezza della propria condizione per ottenere dei sviluppi”.

Prosegue Anna Cantagallo: ”Ci sono poi diversi tipi di psicoterapia che possono essere intrapresi, anche se si è visto che quella psicoanalitica è meno efficace, poiché un approccio basato sul passato potrebbe far crescere nella persona la falsa aspettativa di poter tornare come prima.

Questo tipo indirizzo in caso potrebbe essere utile al terapeuta per comprendere quali fossero le strategie di coping usate dal paziente prima del trauma, senza però dare ulteriori vantaggi.

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Al contrario quella che da maggiori risultati è la cognitivo-comportamentale, che permette alla persona di afferrare il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti, imparando a convivere serenamente coi propri disturbi.

Infine sarebbe sempre utile interessare a un percorso psicoterapico anche i familiari, insegnando loro tecniche di rilassamento e strategie di coping per la gestione dello stress e per la riorganizzazione di pensieri disfunzionali”.

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