Obesità – I fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono a mantenere l’obesità

Obesità – I fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono a mantenere l’obesità

Obesità – I fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono a mantenere l’obesità e che svolgono un ruolo primario nelle abbuffate non sempre sono accessibili alla consapevolezza soggettiva.

Anna Cantagallo indica come fattori cognitivi  determinanti: scarso controllo delle proprie emozioni, incapacità di programmazione e di elasticità cognitiva, e bassa autostima.

Obesità – I fattori cognitivi ed emotivi che contribuiscono a mantenere l’obesità

Quali sono i meccanismi alla base delle abbuffate?

“Un consumo eccessivo di cibo tipico delle abbuffate può essere interpretato come una manifestazione di anomalie nel sistema di gratificazione nella motivazione a mangiare – spiega Anna Cantagallo.

Già un decennio fa, Devlin nel 2007, suggeriva  una possibile alterazione dopaminergica a livello mesolimbico, alla base di un’alimentazione incontrollata e dell’ingrassamento.

Il disturbo da Binge Eating prevede abbuffate ricorrenti, in cui si mangia in un lasso temporale ristretto una quantità di cibo molto superiore rispetto alla norma, e in cui si sperimenta una sensazione di perdita di controllo.

Oltre agli stati fisiologici sono determinanti anche le caratteristiche dei cibi e la loro appetibilità, che portano a ignorare il senso di sazietà, sfociando in una sovralimentazione.”

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Perché alcune persone non riescono a resistere davanti al cibo?

“Certi soggetti non riescono a resistere perché hanno un’elevata sensibilità al potere compiacente del cibo.

Passamonti e colleghi in uno studio condotto nel 2009 parlano di “external food sensitivity”, ovvero il fenomeno per cui la fame soggettiva aumenta solamente nel vedere del cibo, senza un’attivazione fisiologica interna.

Studi di risonanza magnetica funzionale hanno indicato come correlato neurale della ricompensa alimentare un circuito costituito da amigdala, mesencefalo, striato ventrale e regione orbitofrontale.

Individui con una maggiore sensibilità al cibo come ricompensa mostreranno livelli di attivazione più elevati del circuito, e in maggiore percentuale svilupperanno un disturbo del comportamento alimentare.”

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Quali altri fattori cognitivi contribuiscono a mantenere l’obesità?

“Le funzioni esecutive – racconta Anna Cantagallo – sono cruciali nella modulazione e nella pianificazione di diversi processi cognitivi tra cui la regolazione dell’istintività.

Qualora ci sia una disfunzione in questa capacità, saranno i vantaggi più immediati e diretti a guidare le decisioni dell’individuo rispetto a quelli a lungo termine.

Una persona impulsiva, di fronte ad un cibo appetitoso, sarà sicuramente più portata a mangiarlo senza pensare ai problemi di salute che ne possono derivare o all’aumento ponderale.

I comportamenti sono guidati da stimoli da cui è possibile trarre un appagamento immediato.

Una ricerca di Navas J.F. e colleghi, del 2016, evidenzia la maggiore tendenza dei soggetti con obesità a compiere scelte con un elevato rischio, purché la ricompensa sia a breve termine, rispetto che scelte con possibilità di ottenere maggiori gratificazioni ma più lontane nel tempo.

Altri fattori cognitivi implicati nell’alimentazione incontrollata sono deficit di pianificazione e di flessibilità cognitiva.”

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Qual è il ruolo delle emozioni nelle abbuffate? Cantagallo Anna risponde:

“Gli episodi di abbuffate sono una delle principali tattiche volte a placare emozioni negative.

Uno studio di Berge e colleghi del 2015 indaga gli stati emotivi che precedono e seguono le scorpacciate, e l’intensità delle specifiche emozioni negative provate dai soggetti attraverso la scala PANAS (Positive and Negative Affect States).

Dallo studio si rivela che emozioni come il disgusto, il senso di colpa e la vergogna aumentano già quattro ore prima dell’episodio per poi diminuire in modo significativo quattro ore dopo.

Questa strategia di regolazione emozionale che usa come mezzo il cibo provoca un senso di benessere rapido, ma nel lungo termine si dimostra disfunzionale e non fa altro che aumentare l’ansia e il malumore e la bassa autostima, creando un circolo vizioso.”

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