LSD – Gli effetti terapeutici dell’LSD – Anna Cantagallo

LSD – Gli effetti terapeutici dell’LSD – Anna Cantagallo

LSD – Anna Cantagallo racconta che già nel 1958, prima che l’LSD diventasse vietato, Hofmann prestò molta attenzione nella ricerca dei suoi effetti e danni collaterali. L’LSD, ovvero la dietilammide-25 dell’acido lisergico, è una sostanza allucinogena semisintetica, e come tutti gli allucinogeni provoca nell’individuo che ne fa uso delle sensazioni paragonabili a stati di vigilanza alterati, come possono essere i sogni o la meditazione.

Queste sostanze agiscono sui recettori del SNC alterando gli stimoli in entrata a livello psicosensoriale, che in base al tipo, alla modalità di assunzione, e alla quantità assunta può portare a vere e proprie allucinazioni che staccano l’individuo dalla realtà.

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A quali risultati si arrivò con le ricerche di Hofmann?

“Hofmann – spiega Anna Cantagallo – studiò, oltre ai principi dell’LSD, anche quelli di altre due droghe sintetiche messicane utilizzate in cerimonie religiose.

Egli riscontrò un forte legame, a livello di struttura chimica, tra i principi attivi di origine naturale e quelli dell’LSD.

Hofmann sosteneva che in ambito psicoterapeutico questo stupefacente potesse essere utile proprio per quanto riguarda l’alterazione della psiche e della visione del mondo.

Egli aveva riconosciuto la possibilità di far riemergere a coscienza contenuti rimossi, e di far vivere più intensamente i conflitti intrapsichici che abitualmente vengono “repressi” dagli ansiolitici.

Sembra infatti che diversi casi analizzati sotto l’effetto di LSD riferissero di rivivere esperienze infantili con estrema limpidezza.”

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Oltre all’ambito psicoanalitico, in quali altre tipologie di pazienti sono stati esaminati gli effetti dell’allucinogeno?

“La consonanza riscontrata tra gli inquietanti stati psichici provocati dall’assunzione di LSD in soggetti sani e i sintomi di determinate malattie mentali ha fatto nascere l’interesse nell’analizzare la sostanza nelle psicosi.

Tuttavia le indagini effettuate in questo campo hanno evidenziato difformità fondamentali tra l’esperienza allucinogena e quella psicotica.

Ciononostante, utilizzare come modello quello della psicosi ha permesso lo studio degli spostamenti dalle normali condizioni mentali, anche a livello biochimico ed elettrofisiologico.”

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Ci sono studi più recenti a riguardo?

“Lo studio più recente – racconta Anna Cantagallo – risale al 2016, ad opera del ricercatore inglese Robin Carhart-Harris.

Egli fu uno dei primi ad assegnare una sostanza psichedelica, la psilocibina, a pazienti con cefalea a grappolo, poggiandosi su una spiegazione molto indisponente:

“Gli psichedelici portano sgomento perché rivelano la mente e le persone temono di sapere che c’è nella propria mente?”.

È come se la sostanza allucinogena andasse a scombinare gli schemi tipici della depressione e delle dipendenze.  Carhart-Harris specifica come i casi di psicosi causati da sostanze psichedeliche in passato fossero limitati a condizioni di uso ludico e non sottoposte a un controllo terapeutico.”

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Quali altre ricerche in questo ambito ritiene degne di attenzione?

“Molto interessante – indica Anna Cantagallo – a mio avviso è lo studio di Gasser e colleghi del 2014, in cui a 10 pazienti sono stati somministrati lo STAI per misurare l’intensità dell’ansia e un’intervista strutturata per valutare la qualità della vita.

Questi soggetti erano contemporaneamente sottoposti a somministrazione di LSD, per un periodo di 12 mesi. Fu rilevato che in un setting terapeutico controllato l’allucinogeno portò benefici con effetto duraturo sui pazienti.

Un altro studio degno di attenzione è stato pubblicato nel 2012 sul Journal of Psychopharmacology: ha dimostrato un evidente beneficio sulla dipendenze di alcol, a lungo termine, in seguito ad assunzione di LSD.

Numerose ricerche comportamentiste e di neuroimaging evidenziano che le sostanze psichedeliche hanno un effetto modulatorio sui circuiti neurali dei disturbi dell’umore, semplificando anche i sintomi.”

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Dal punto di vista psicofarmacologico, che evidenze ci sono?

La ricerca effettuata fino ad oggi non è molto densa, soprattutto per problematiche di tipo etico; il fatto che vengano fatti studi sulle potenzialità terapeutiche di queste sostanze non deve essere interpretato come un “via libera” per un uso ludico e precipitoso.

Tuttavia non si può neanche negare che gli ultimi studi hanno condotto a risultati promettenti, in particolare nei disturbi ossessivo-compulsivi, nelle dipendenze da alcol, e nei disturbi post traumatici da stress.

L’importante è vigilare sempre i soggetti e mantenere un’attenta vigilanza su eventuali effetti negativi.

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