Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta

Cambiamento  – “Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

Qu’est-ce qu’un homme révolté? Un homme qui dit non. Mais s’il refuse, il ne renonce pas: c’est aussi un homme qui dit oui, dès son premier mouvement. Un esclave, qui a reçu des ordres toute sa vie, juge soudain inacceptable un nouveau commandement.

 Albert Camus – L’homme révolté

All’origine della rottura con Jean-Paul Sartre vi fu il saggio L’homme révoltè, opera in cui Albert Camus si sofferma sull’analisi di confronto tra il concetto di rivoluzione, portatore e promotore di valori umani con la realtà – passata e presente – dei movimenti rivoluzionari del suo tempo.

Nella sua opera, non mancano le critiche alle rivoluzioni storiche e assolutiste come il bolscevismo e il nazionalsocialismo, coniderate due risposte sbagliate alla già tronfia e strutturale insensatezza della storia.

Questo gli valse l’inimicizia di Sartre, filosovietico, e di gran parte della sinistra francese.

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Aldilà del dramma di isolazione – seppur autoindotto – vissuto da Camus, L’homme révolté possiede ancora un respiro profondamente attuale e deve servire come faro in un oceano in realtà già molto illuminato, quello della storia contemporanea.

Un oceano che possiede luci di pericolo in ogni dove, in cui i drammi giungono alle bacheche di noi tutti, in cui i bombardamenti e le loro conseguenze in un paese come la Siria riempiono e fanno sovrabbondare gli occhi di rabbia, senso di impotenza.

Dimoriamo una parentesi storica dove il dolore vive manifesto, ma in cui l’agire che genera cambiamento sembra aver perso la sua spinta generatrice.

Cambiamento, sensibilizzazione, rivolta

La révoution non è alle porte, la révolution non c’è proprio.

Si consideri il nostro paese, non certo galeotto di capovolgimenti nel senso stretto della parola, come i cugini d’Oltralpe o la Russia.

In Italia vive un elevato numero di associazioni e gruppi di volontariato che tentano d’infondere la coscienza civile con valori condivisibili e trasmissibili al fine di suscitare non solo l’interesse, ma l’azione reale per il cambiamento.

L’universo silenzioso dell’associazionismo italiano respira e batte di novità: esistono decine di associazioni per la tutela degli animali, della costituzione, dell’ambiente o per il tentativo di costruzione di un’economia più rispettosa.

Il problema sta nel suo essere silenzioso. Se muto, tutto ciò non fa breccia nel cuore dei cittadini. Le proposte ci sono, ma il paese non fa nessun balzo in avanti. La voglia esiste, ma manca la volontà. A cosa è possibile accusare queste possibilità inagite?

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“Se il mondo dell’associazionismo è muto, il problema è fondamentalmente un problema di comunicazione. Ogni giorno un enorme mole di informazioni giunge alle retine e alle orecchie dei cittadini – ipotizza Anna Cantagallo. Una mole tale che:

  • Il cittadino non sa più cosa pensare.
  • Il cittadino riceve informazioni che differiscono tra loro.
  • Il cittadino riceve informazioni che attestano quanto le proteste non valgono nulla, demotivando la sua possibile volontà.”

Riguardo l’ultimo punto in particolare, un esempio recente ci raggiunge dal mondo NoTAV. Decine di articoli di giornale sono stati pubblicati per informare sulla problematicità multiforme della questione e ne sono stati scritti altrettante decine sul tentativo dei cittadini di agire per cambiare, senza che nulla cambiasse realmente.

Cosa comporta una scelta editoriale di questo stampo? La percezione dell’inutlità di qualsiasi forma di rivolta.

Così, i cittadini non si interessano al fatto che una struttura come la TAV è assolutamente evitabile, non elaborano una soluzione di più ampio raggio che indichi un ripensamento strutturale dell’intero mondo dei trasporti e lasciano la lotta in mano a pochi guerriglieri e gli interessi economici nelle mani di pochissimi industriali.

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Questo problema comunicativo non è soltanto extra-associativo, ma anche inter-associativo. Le diverse associazioni spendono troppo tempo a esaminare le cattive politiche per cercarne le cause.

Si soffermano alla superficie reattiva del problema, senza approdare all’elaborazione strutturale dello stesso. Inutile dire che, in questa prospettiva, l’ideazione di politiche “positive”, anzi, pro-positive, resta l’ultimissima maglia della catena.

L’ultimo step a cui spuntare per tentare di innovare. La classica via del lamento; incontinente, insopportabile.

“L’ultimo esempio ci viene dal referendum costituzionale tenutosi lo scorso 4 Dicembre. I sostenitori del NO alla riforma Renzi-Boschi hanno avanzato solo posizioni di contrasto, attestanti una forte distanza con la politica e senza proporre soluzioni alternative.

Quando il NO vinse, Spinoza, una nota pagina social satirica, scrisse “La Costituzione è salva. Ora possiamo tornare a ignorarla”. Dopo settimane di accanimento anti-cambiamento, nulla è cambiato. Ci si lamentava prima, ci si lamenta anche ora.” continua Anna Cantagallo.

La lotta non è una scelta facile, soprattutto quel tipo di scontro che prevede l’implementazione di idee nuove. Non è facile fare a pezzi il mondo, sostenerlo insieme e includerci un pezzo che prima non c’era. Non è facile cambiare. Non è facile ribellarsi. Camus, tuttavia, la pensava diversamente. Sempre ne L’homme révolté scrisse:

“Je me révolte, donc nous sommes.”

“Mi ribello, dunque siamo.”

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La rivolta dà la sicurezza di esistere, fornisce la consapevolezza di essere ciò che si è. Pugno, ergo sum. Combatto e regalo al mio gruppo un senso per cui esistere, una piccola luce in cui credere. Come l’hashtag #BlackLivesMatter: “le vite delle persone di colore valgono”.

Ma si può ottenere qualcosa con un hashtag? A quanto pare sì, come successo a Zian Ashmed, un ragazzo di fede musulmana ammesso alla Stanford University dopo aver inviato come saggio di risposta alla loro domanda “Cosa ti importa e perchè?” una semplicissima lettera contenente 100 volte l’hashtag #BlackLivesMatter.

Quando Zian ha scoperto che la sua lettera era stata accettata e il suo posto era assicurato, ha confessato: “Non pensavo assolutamente di poter entrare alla Stanford, ma è rincuorante sapere che percepiscono il mio attivismo convinto come una risorsa e non come un ostacolo.

” Zian ha stretto una causa e ha vinto un posto in un’università prestigiosa. Ha lottato per un ideale e ce l’ha fatta.

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La lotta prende diverse forme, in questo caso silenziosa, in altri urlata. L’urlo sussume, però, un coinvolgimento emotivo con la problematica di risolvere. Mentre, la generazione dei Millennials, il presente e il futuro del mondo del lavoro, presentano una generale disaffezione verso ogni questione.

Sognano, da un lato, creare un impatto e avere una forte ascendenza sugli altri. Dall’altro, sono dis-affezionati rispetto ai contenuti emotivi di un ostacolo sociale.

Può anche esserci sensibilizzazione, ma se non c’è passione non c’è lotta. E si torna a capo.

Lottare non è una scelta facile, ma per le questioni che stanno a cuore è l’unica scelta giusta. Ci si sveglia dentro, si controllano le variabili, si capisce come queste si intersecano e si influenzano e poi si agisce.

Con calma, con motivazione e con moltissima cognizione di causa. Sia questo per una nuova sfida aziendale o anche solo per preparare un esame.

“E tu sei pronto per le tue sfide” termina Anna Cantagallo.

Le sfide che la vita mette davanti sono innumerevoli e non finiscono mai. Ma a quel punto, si hanno due scelte: sfido la vita o sfido me stesso per sentirmi vivo?

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